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27. La biblioteca di Dante

La biblioteca di Dante

La cultura, i libri letti, gli auctores conosciuti

 

 

Ricostruire la biblioteca di Dante è molto più difficile che ricostruire quella di Petrarca. Di quest’ultimo possediamo molti autografi e libri, con annotazioni e postille; del primo non solo non abbiamo una sola sillaba autografa, ma non possiamo indicare con certezza nemmeno un libro che gli sia passato tra le mani.

Martellotti ha addirittura affermato che, in concreto, non sappiamo nemmeno se avesse una sua propria biblioteca.

 

E’ necessario comunque distinguere tra la possibilità che Dante avesse una sua raccolta, e quanto vasta, di libri, e la certezza che avesse letto e impresso nella memoria un certo numero di autori, che furono basilari per la sua cultura e che ripetutamente citò nelle sue opere.

 

Petrocchi (in Vita di Dante) ci dice: “La biblioteca dell'Alighieri non fu certo molto ricca. La sua povertà non lo consentiva, e così i continui traslochi da un luogo all'altro.

Tuttavia si può opinare che possedesse:

 

·     una dozzina di auctores, tra classici e cristiani;

·     un'epitome (magari una sola) storica e una geografica, o storico-geografica assieme;

·     una piccolissima raccolta di poeti provenzali, francesi e italiani;

·     forse le Razos de trobar di Ramon (o Raimon) Vidal;

·     la Summa di Guido Faba.

 

Avrà consultato qualche biblioteca? Sarà andato, a Verona, nella Capitolare? Se lo avrà fatto, non avvenne certamente per scoprire classici sepolti nella polvere, per frugare nelle carte di codici dimenticati, ma per verificare luoghi ed espressioni di auctores che già conosceva”.


Degli autori effettivamente conosciuti, ossia della sua “biblioteca di letture”, sono state tentate varie ricognizioni, a partire dagli scrittori e dei testi citati nelle sue opere, sia esplicitamente, che per allusione indiretta.

 

I critici invitano, in ogni caso, a non sottilizzare nel cercare minuti riferimenti o dotte quanto improbabili citazioni da autori minori e minimi nell’opera dantesca: “gran parte dei riscontri suggeriti o suggeribili sono a testi che Dante, il quale scriveva in esilio, lontano da grandi biblioteche (salvo che a Verona; ma non sembra che egli si sia accorto dei tesori bibliografici colà conservati), certamente o assai probabilmente non conosceva. La discrezione è d’obbligo anche a chi tenga presente quanto formidabile fosse in Dante la sete di letture, e quanto esercitata, in lui e nei suoi contemporanei, l’arte mnemonica [la mnemotecnica], di cui gli attuali sussidi hanno fatto a noi moderni perdere il segreto” (Bosco).

 

Ci sono auctores di cui il fiorentino fa esplicita menzione nella Divina Commedia, mostrando di conoscerne l’opera, e che inserisce nel poema come personaggi: Virgilio, Brunetto Latini, Guido Guinizzelli, Stazio, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Pier Damiani, Alberto Magno, Bernardo da Chiaravalle.

 

Fin dall’esordio Dante onora Virgilio (Inf. I, 79 e sgg.), associandolo poi ai quattro grandi poeti ospiti del «nobile castello» del Limbo (Inf. IV, 85-96):

 

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;

l'altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid'i' adunar la bella scola

di quel segnor de l'altissimo canto

che sovra li altri com'aquila vola.

 

La Commedia è, in effetti, tramata di allusioni culturali e di riferimenti, in particolare alla tradizione classica e a quella cristiana.

Non dobbiamo con ciò, tuttavia, credere che le letture dantesche fossero di grande estensione. Soltanto mezzo secolo dopo la sua morte, il commentatore Benvenuto da Imola glossa il passo del Purgatorio (Purg. XXII, vv. 100-02 e 106-08) dove Dante aveva attuato una sorta di "integrazione" al canone degli auctores del Limbo:

 

dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose il duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch'altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco:

spesse fiate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v'è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piue

Greci che già di lauro ornar la fronte».

 

Ebbene, Benvenuto formula un giudizio abbastanza severo sulle limitate letture di Dante: “[Virgilio, come personaggio] ha nominato pochi poeti latini nel IV canto dell’Inferno e qui: e di questi [poeti latini] poteva qui nominare più degnamente Ennio, Lucrezio, Furio… Molti altri furono i poeti greci non meno famosi…”. [1]

La conoscenza dantesca degli autori classici non si rivela in effetti, all'indagine, molto vasta.

 

Analizzando già solo il canone citato nell’Inferno, sappiamo, ad esempio, che il nome di Omero arrivò a Dante attraverso il filtro delle citazioni degli scrittori latini, soprattutto di Virgilio e Cicerone. Di Orazio conobbe, con certezza, solo l’Ars poetica.

 

Lesse invece integralmente l’Ovidio delle Metamorfosi e il Lucano della Pharsalia. Di Virgilio conobbe Bucoliche, Georgiche, e soprattutto, a menadito, forse a memoria ("ben lo sai tu che la sai tutta quanta",  Inf. XX, 114) l’Eneide.

Ovidio, Lucano e Virgilio sono i testi classici basilari dello scrittoio di Dante.

 

Buona conoscenza ha di Aristotele (naturalmente solo dell’Aristotele noto alla sua epoca, e attraverso le traduzioni latine e la mediazione dei tomisti), di Cicerone (Dante stesso ci racconta nel Convivio l’importanza per lui della lettura del De amicitia; per il resto, riporta sentenze tratte dal De finibus, De officiis, Paradoxa, De senectute), del Seneca “morale”. Conobbe inoltre Stazio (solo Tebaide e Achilleide, non le Silvae) e i poeti satirici Persio e Giovenale.

Di Averroè e dei filosofi arabi conosce quanto riportato dai commenti ad Aristotele di Alberto Magno.

 

Tra gli autori della tarda antichità, importantissimi per la sua formazione sono stati Boezio (De consolatione philosophiae), e Orosio (Historiae adversus paganos).

 

Dante ricorre molto spesso all’autorità di Livio nelle sue opere, ma è probabile che lo conoscesse solo per il tramite di antologie, oltre che dall’Epitome di Floro (autore che D. conosce bene), un’opera che nel medioevo era considerata un compendio di Livio e veniva spesso scambiata col testo originale delle Deche liviane, allora poco conosciute e diffuse.

 

E’ fortemente dubbio che conoscesse, e in ogni caso solo indirettamente, le commedie di Terenzio.


Quando si dice “indirettamente” si vuol far riferimento allo strumento più consueto, di maggior diffusione, grazie al quale gli uomini del medioevo conoscevano e leggevano i classici, ossia i “florilegi”, latini o volgari; gli scritti letterari degli antichi venivano infatti molto spesso fruiti non dai testi originali, ma da raccolte di singole frasi, estrapolate dall’opera originale, i cosiddetti florilegia.

In queste raccolte il pensiero dell’antichità veniva trasmesso per lacerti, come in un mosaico di citazioni, di sentenze o, appunto, di “fiori” (flores).

 

Che Dante, in merito alla singola citazione, al singolo auctor, attingesse al testo originale o a raccolte di sentenze, sono vexatae quaestiones; in generale, comunque, vi è certezza che abbia avuto sott’occhio vari florilegia, e che li abbia utilizzati con frequenza, traendone molte delle innumerevoli citazioni autorevoli che costellano le sue opere. [2]

 

Dante conobbe, come già detto, i teologi menzionati nel Paradiso: san Tommaso (tomistici sono i fondamenti di quasi tutte le sue conoscenze filosofiche) e Bonaventura da Bagnoregio, Alberto Magno, Pier Damiani e Bernardo di Chiaravalle.

 

Dante si dimostra ben informato sulla poesia volgare, occitanica e italiana, che lo ha preceduto: nel De vulgari eloquentia cita e commenta versi di poeti provenzali (cinque tra questi - Giraut de Bornelh, Bertran de Born, Arnaut Daniel, Folchetto di Marsiglia e l’italiano Sordello - torneranno come personaggi nella Commedia); siciliani (Iacopo da Lentini, ma anche il Contrasto di Cielo d’Alcamo); toscani (Bonagiunta Orbicciani, Guittone) e, naturalmente, stilnovisti, a partire da Guido Guinizzelli.

 

Un riferimento imprescindibile sono per Dante le Sacre Scritture, nella Vulgata latina di Girolamo: certi libri della Bibbia furono memorizzati dal nostro in modo capillare, tanto da diventare elementi di fondo del suo immaginario: dal Cantico dei Cantici ai Salmi, dai Vangeli all’Apocalisse, spesso con i relativi commenti.

 

Approfondita è la conoscenza della Patristica latina, ossia di Agostino, Girolamo, Gregorio Magno.

 

In conclusione, predominano nelle opere dantesche, per intensità di echi e abbondanza di prelievi, Virgilio, Ovidio e la Bibbia.

 

 

NOTE

[1]Et io, dicit Virgilius de se ipso, et altri assai; bene dicit, quia paucos poetas latinos Virgilius nominavit IV capitulo Inferni et hic: unde poterat hic nominare dignius Ennium, Lucretium, Furium, Pacuvium, Actium, Naevium, Catullum, a quibus Virgilius multa accepit, ut clare demonstrat Macrobius […]. Et dicit: et altri piue greci, scilicet, poetae; graeci non minus famosi, sicut Pindarus thebanus, Sophocles, Aeschilus, Alcaeus, omnes tragici, Aristophanes antiquus comicus et plures alii, a quibus omnibus Virgilius multa accepit”. Benevenuto da Imola, Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, commento a Purg. XXII, vv. 100-02 e 106-08.

[2] Uno dei florilegi più utilizzati dell’epoca furono gli Ammaestramenti degli Antichi (circa 1305) di Bartolomeo da San Concordio (1262-1347). Si tratta del volgarizzamento che l'autore stesso curò dei suoi Documenta antiquorum. Ecco qualcuna delle sentenze di antichi scrittori riportate: Aristotile, nel primo dell’Etica. “Quelli che si veggiono non sapere, si maravigliano di coloro che dicono alcuna grande cosa e sopra lo ‘ntendimento loro”. Tullio [Cicerone], nel primo della Vecchia Rettorica. “Molto si conviene studiare di variare lo dire, però che in ogni cosa simiglianza è madre di saziamento”. Tullio, nel terzo della Nuova Rettorica. “La varietà massimamente diletta l’uditore”. Quintiliano, octavo de Oratoria Institutione. “Ne’ grandi conviti spesso addiviene che, quando dell’ottime cose siamo saziati, la varietà eziandio delle vili piacevoli ci sia”.

 

 

Riferimenti bibliografici essenziali:

 

·     G. Brugnoli, voce Latino, sottoparagrafo La lingua latina, in Enciclopedia dantesca, Biblioteca Treccani, 2005, vol. 10, pag. 457.

·     Dante, La Divina Commedia, a cura di Bosco-Reggio, Le Monnier, I edizione 1988, pag. XI.

·     L. Leoncini, Il rapporto di Dante con la tradizione e la lingua dei classici latini, in Dante e la Lingua latina, pubblicazione web del Centro Scaligero, http://centrodantesco.altervista.org/material/materind.htm

·     E. Pasquini, Le favole antiche e la biblioteca di Dante: il mito delle “Atene celestiali”, in E. Pasquini, Dante e le figure del vero, Bruno Mondadori, 2001.

·     M. Pastore Stocchi, voce Classica, cultura, in Enciclopedia dantesca, Biblioteca Treccani, 2005, vol. 7.


Per altri approfondimenti, consiglio questa pagina ("Gli autori e i libri") del sito internetculturale.it.

 

 

**************************

Riporto di seguito il contributo di G. Brugnoli (dall’Enciclopedia dantesca) citato nei precedenti riferimenti essenziali.

 

 

Il Renucci ha postulato nella cultura classica di Dante la conquista graduale, dalla Vita Nuova, all’Inferno, al Convivio e alle altre cantiche della Commedia, di un repertorio sempre più raffinato. E’ una tesi plausibile, anche se rimangono dubbi sostanziosi sul modo di collocare cronologicamente le varie soste di questa evoluzione culturale.

Allo stato degli studi si riconosce a Dante con il Moore la conoscenza diretta dei quattro poeti regulati (De vulgari eloquentia II VI 7: Virgilio, Ovidio, Stazio e Lucano). Di Ovidio è sicura per il Moore la conoscenza delle Metamorfosi, delle Eroidi, dell’Ars amatoria, dei Rimedia amoris: vi aggiungerei i Tristia (Ovidio Tristia III XI 41-54 = Inf. XXVII 7-12).

Oltre ai poeti regulati, Dante mostra di conoscere parzialmente, e per alcune cose indirettamente, Orazio (sicuramente l’Ars poetica e l’Epistola II I), Giovenale (indirettamente la satira VII, direttamente la VIII), Persio (quasi tutto direttamente).

I prosatori regulati di Vulgari eloquentia II VI 7 (Tito Livio, Plinio, Frontino, Orosio) sono piuttosto una pretesa di stabilire un canone quadripartito, forse laico (Mengaldo), di “altissima prosa” parallelo a quello dei poeti. E’ probabile che, fra loro, Dante conosca direttamente forse qualcosa di Livio, certamente Orosio.

Fra i classici gli saranno stati noti Cicerone (il Moore cita: De officiis, De finibus, De amicitia, De senectute, De inventione [= Rhetorica vetus], il I libro degli Academica, il Somnium Scipionis attraverso Macrobio, i Paradoxa, la pseudociceroniana Rhetorica ad Herennium [Rhetorica nova]), Boezio, Seneca (De beneficiis, Epistulae ad Lucilium, Naturales quaestiones, lo pseudosenechiano De quatuor virtutibus ovvero Formula vitae honestae, che è invece di Martino di Braca, e il frammento De remediis fortuitorum), Floro.

Per gli autori del tardoantico e per gli scrittori cristiani manca veramente l’indagine. Il Moore cita soltanto Agostino (De civitate Dei, De doctrina christiana, Confessiones, Sermones, De trinitate, ma anche altre opere), ma sicuramente saranno da aggiungersi Girolamo (ad es. Epistula LIII IX 3 = Convivio IV V 16; Chronicon Ol. CLXXXI 3 = Inf. XXVIII 102) e Isidoro di Siviglia (ad es. Orig. XIV VI-VIII = Purg. XXVIII 139-144: Vallone).


 

Oltre questi, Brugnoli nell'articolo riportato ammette in Dante la conoscenza diretta anche del Corpus Tibullianum, di Ausonio, Seneca il Vecchio, Valerio Massimo, Vegezio, Prudenzio, Marziano Capella.

Tuttavia, la lettura delle voci dell’Enciclopedia relative a “Classica, cultura” (v. sopra) e ai singoli autori appena menzionati, indurrebbe, senza pretese di certezza, che si tratti in questi casi di conoscenza indiretta, quale, per l'appunto, quella mediata da florilegi.


domenica, 25 nov 2007 Ore. 14.04

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