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19. Epistola Raccolta aragonese - di A. Poliziano - testo integrale

Ad Angelo Poliziano (1454 -1494) si deve la stesura della Epistola prefatoria alla cosiddetta Raccolta Aragonese, importante silloge della poesia toscana dalle origini al ‘400, che Lorenzo il Magnifico (1449-1492) fece predisporre e inviare in omaggio nel 1477 a Federico, figlio di Ferdinando d’Aragona re di Napoli.

 

Il testo è tratto da Lorenzo de’ Medici, Opere, a cura di A. Simioni, volume I, Bari, Laterza, 1913 (II ed. 1939), pp. 3-8.

(Si può leggere anche in G. Contini, Letteratura italiana del Quattrocento, Sansoni, Firenze, 1976; e in Prosatori volgari del Quattrocento, a cura di Claudio Varese, Milano-Napoli, Ricciardi, 1955, pp. 985-990).

 

Digitalizzazione del testo integrale dell’Epistola e note esplicative a cura mia.

 

 

Angelo Poliziano

Epistola proemiale alla Raccolta Aragonese (1477)

 

 

ALLO ILLUSTRISSIMO SIGNORE FEDERICO D’ARAGONA

FIGLIOLO DEL RE DI NAPOLI

  

Ripensando assai volte meco medesimo, illustrissimo signor mio Federico, quale in tra molte e infinite laudi degli antichi tempi fussi la più eccellente, una per certo sopra tutte l’altre esser gloriossisima e quasi singulare ho giudicato: che nessuna illustre e virtuosa opera né di mano né d’ingegno si puote immaginare, alla quale in quella prima età non fussino e in publico e in privato grandissimi premi e nobilissimi ornamenti apparecchiati. Imperocché, sì come dal mare Oceano tutti li fiumi e fonti si dice aver principio, così da quest’una egregia consuetudine tutti i famosi fatti e le maravigliose opere degli antichi uomini s’intende esser derivati.

L’onore è veramente quello che porge a ciascuna arte nutrimento; né da altra cosa quanto dalla gloria sono gli animi de’ mortali alle preclare opere infiammati. A questo fine adunque a Roma i magnifici trionfi, in Grecia i famosi giuochi del monte Olimpo, appresso ad ambedue il poetico ed oratorio certame con tanto studio fu celebrato. Per questo solo il carro ed arco trionfale, i marmorei trofei, li ornatissimi teatri, le statue, le palme, le corone, le funebri laudazioni, per questo solo infiniti altri mirabilissimi ornamenti furono ordinati; né d’altronde veramente ebbono origine li leggiadri ed alteri fatti e col senno e con la spada, e tante mirabili eccellenzie de’ valorosi antichi, li quali sanza alcun dubbio, come ben dice il nostro toscano poeta [Petrarca], non saranno mai senza fama,

 

se l’universo pria non si dissolve. (Canz. LIII, 34)

 

Erano questi mirabili e veramente divini uomini, come di vera immortal laude sommamente desiderosi, così d’un focoso amore verso coloro accesi, i quali potessino i valorosi e chiari fatti delli uomini eccellenti con la virtù del poetico stile rendere immortali; del quale gloriosissimo desio infiammato il magno Alessandro, quando nel Sigeo al nobilissimo sepulcro del famoso Achille fu pervenuto, mandò fuori suspirando quella sempre memorabile regia veramente di sé degna voce:

 

Oh fortunato che sì chiara tromba

trovasti, e chi di te sì alto scrisse. (Canz. CLXXXVII, 3-4)

 

E sanza dubbio fortunato: imperocché, se ‘l divino poeta Omero non fusse stato, una medesima sepultura il corpo e la fama di Achille averebbe ricoperto. Né questo poeta ancora, sopra tutti gli altri eccellentissimo, sarebbe in tanto onore e fama salito, se da uno clarissimo ateniese non fusse stato di terra in alto sublevato, anzi quasi da morte a sì lunga vita restituto. Imperocché, essendo la sacra opera di questo celebratissimo poeta dopo la sua morte per molti e vari luoghi della Grecia dissipata e quasi dimembrata, Pisistrato, ateniese principe, uomo per molte virtù e d’animo e di corpo prestantissimo, proposti amplissimi premi a chi alcuni de’ versi omerici gli apportassi, con somma diligenzia ed esamine tutto il corpo del santissimo poeta insieme raccolse, e sì come a quello dette perpetua vita, così lui a sé stesso immortal gloria e clarissimo splendore acquistonne [Pisistrato, secondo una leggenda tramandata dal De oratore ciceroniano, avrebbe fatto raccogliere l’intero corpus dei poemi omerici]. Per la qual cosa nessun altro titulo sotto la sua statua fu intagliato, se non quest’uno: che dell’insieme ridurre il glorioso omerico poema fussi stato autore. Oh veramente divini uomini, e per utilità degli uomini al mondo nati!

Conosceva questo egregio principe li altri suoi virtuosi fatti, comeché molti e mirabili fussino, tutti nientedimeno a quest’una laude essere inferiori, per la quale e a sé e ad altri eterna vita e gloria partorissi.

Cotali erano adunque quelli primi uomini, de’ quali li virtuosi fatti non solo ai nostri secoli imitabili non sono, ma appena credibili. Imperocché, essendo già in tutto i premi de’ virtuosi fatti mancati, insieme ancora con essi ogni benigno lume di virtute è spento, e, non facendo gli uomini alcuna cosa laudabile, ancora [anche] questi sacri laudatori hanno al tutto dispregiati.

La qual cosa se ne’ prossimi superiori [successivi] secoli stata non fussi, non sarebbe di poi la dolorosa perdita di tanti e sì mirabili greci e latini scrittori con nostro grandissimo danno intervenuta.

Erano similmente in questo fortunoso naufragio molti venerabili poeti, li quali primi il diserto campo della toscana lingua cominciorono a cultivare in guisa tale, che in questi nostri secoli tutta di fioretti e d’erba è rivestita.

Ma la tua benigna mano, illustrissimo Federico, quale a questi porgere ti sei degnato dopo molte loro e lunghe fatiche, in porto [in salvo] finalmenti gli ha condotti.

Imperocché essendo noi nel passato anno nell’antica pisana città venuti in ragionare di quelli che nella toscana lingua poeticamente avessino scritto, non mi tenne punto la tua Signoria il suo laudabile desiderio nascoso: ciò era che per mia opera tutti questi scrittori le fussino insieme in un medesimo volume raccolti. Per la qual cosa, essendo io come in tutte le altre cose, così ancora in questo, desideroso alla tua onestissima volontà satisfare, non sanza grandissima fatica fatti ritrovare gli antichi esemplari, e di quelli alcune cose meno rozze eleggendo [scegliendo], tutti in questo presente volume ho raccolti, il quale mando alla Tua Signoria, desideroso assai che essa la mia opera, qual ch’ella si sia, gradisca, e la riceva sì come un ricordo e pegno del mio amore in verso di lei singulare.

Né sia però [perciò] nessuno che quella toscana lingua come poco ornata e copiosa disprezzi. Imperocché sì [se] bene e giustamente le sue ricchezze ed ornamenti saranno estimati, non povera questa lingua, non rozza, ma abundante e pulitissima sarà reputata. Nessuna cosa gentile, florida, leggiadra, ornata; nessuna acuta, distinta, ingegnosa, sottile; nessuna alta, magnifica, sonora; nessuna finalmente ardente, animosa, concitata si puote immaginare, della quale non pure in quelli duo primi, Dante e Petrarca, ma in questi altri ancora, i quali tu, signore, hai suscitati, infiniti e chiarissimi esempli non risplendino.

Fu l'uso della rima, secondo che in una latina epistola scrive il Petrarca, ancora [anche] appresso gli antichi romani assai celebrato [1]; il quale, per molto tempo intermesso [interrotto], cominciò poi nella Sicilia non molti secoli avanti [dopo] a rifiorire, e, quindi [di qui, dalla Sicilia] per la Francia sparto, finalmente in Italia, quasi in un suo ostello, è pervenuto.

Il primo adunque, che dei nostri a ritrarre la vaga immagine del novello stile pose la mano, fu l'aretino Guittone, ed in quella medesima età il famoso bolognese Guido Guinizelli, l'uno e l'altro di filosofia ornatissimi, gravi e sentenziosi; ma quel primo alquanto ruvido e severo, né d'alcuno lume d'eloquenzia acceso; l'altro tanto di lui più lucido, più suave e più ornato, che non dubita il nostro onorato Dante, padre appellarlo suo e degli altri suoi

 

miglior, che mai

rime d'amore usar dolci e leggiadre. (Purg. XXVI, 97-99)

 

Costui certamente fu il primo, da cui la bella forma del nostro idioma fu dolcemente colorita, quale appena da quel rozzo aretino era stata adombrata.

Riluce dietro a costoro il delicato Guido Cavalcanti fiorentino, sottilissimo dialettico e filosofo del suo secolo prestantissimo [validissimo]. Costui per certo, come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne' suoi scritti non so che più che gli altri [poeti] bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenzie, copioso e rilevato nell'ordine, composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue beate virtù d'un vago, dolce e peregrino stile, come di preziosa veste, sono adorne. Il quale, se in più spazioso campo si fusse esercitato, averebbe senza dubbio i primi onori occupati; ma sopra tutte l'altre sue opere è mirabilissima una canzona [Donna me prega], nella quale sottilmente questo grazioso poeta d'amore ogni qualità, virtù e accidente descrisse, onde nella sua età di tanto pregio fu giudicata, che da tre suoi contemporanei, prestantissimi filosofi, tra li quali era il romano Egidio [Egidio Romano; il commento alla canzone gli è attribuito erroneamente], fu dottissimamente commentata.

Né si deve il lucchese Bonagiunta e il notaro da Lentino [Giacomo da Lentini] con silenzio trapassare: l'uno e l'altro grave e sentenzioso, ma in modo di ogni fiore di leggiadria spogliati, che contenti doverebbono stare se fra questa bella masnada di sì onorati uomini li riceviamo.

E costoro e Piero delle Vigne nella età di Guittone furono celebrati, il quale ancora esso, non senza gravità e dottrina, alcune, avvenga che piccole, opere compose: costui è quello che, come Dante dice,

 

tenne ambe le chiavi

del cor di Federigo, e che le volse,

serrando e disserando, sì soavi. (Inf. XIII, 58-60)

 

Risplendono dopo costoro quelli dui mirabili soli, che questa lingua hanno illuminata: Dante, e non molto drieto ad esso Francesco Petrarca, delle laude de’ quali, sì come di Cartagine dice Sallustio [Bellum Iugurthinum, cap. XIX], meglio giudico essere tacere che poco dirne.

Il bolognese Onesto e li siciliani, che già i primi furono, come di questi dui [Dante e Petrarca] sono più antichi, così della loro lima più averebbono bisogno, avvenga che né ingegno né volontà ad alcuno di loro si vede essere mancato.

Assai bene alla sua nominanza risponde Cino da Pistoia, tutto delicato e veramente amoroso, il quale primo, al mio parere, cominciò l'antico rozzore [rozzezza] in tutto a schifare, dal quale né il divino Dante, per altro mirabilissimo, s'é potuto da ogni parte schermire.

Segue costoro di poi più lunga gregge di novelli [più recenti] scrittori, i quali tutti di lungo intervallo si sono da quella bella coppia allontanati.

Questi tutti [poeti], signore, e con essi alcuni della età nostra, vengono a renderti immortal grazia, che della loro vita, della loro immortal luce e forma sie stato autore [artefice della loro salvezza], molto di maggior gloria degno che quello antico ateniese di chi avanti è fatta menzione [Pisistrato]. Perocché lui ad uno, benché sovrano, tu a tutti questi hai renduto la vita.

Abbiamo ancora nello estremo [alla fine] del libro (perché così ne pareva ti piacessi) aggiunti alcuni delli nostri sonetti e canzone, acciò che, quelli leggendo, si rinnovelli nella tua mente la mia fede e amore singolare verso la Tua Signoria; li quali, se degni non sono fra sì maravigliosi scritti di vecchi poeti essere annumerati, almeno per fare alli altri paragone e per fare quelli per la loro comparazione più ornati parere, non sarà forse inutile stato averli con essi collegati.

Riceverà adunque la Tua illustrissima Signoria e questi e me non solamente nella casa, ma nel petto e animo suo, sì come ancora quella [anche la tua signoria] nel core ed animo nostro giocondamente di continuo alberga. Vale.

 

 

NOTA

 

[1] Petrarca, Epistole Familiari I, 1, 6: Quod genus [...] apud Grecorum olim ac Latinorum vetustissimos celebratum; siquidem et Athicos et Romanos vulgares rithmico tantum carmine uti solitos accepimus. “E questo genere di poesia (la poesia ritmica, accentuativa e con le rime) fu celebre già presso gli antichi greci e latini; sappiamo infatti che il volgo degli attici e dei romani aveva consuetudone solo col verso ritmico”.

Esistevano in effetti nella metrica antica gli accenti, le cesure e perfino, seppur raramente usate, le rime, ma rivestivano un ruolo del tutto secondario. La presenza di rime si nota, ad esempio, nei testi preletterari (carmina in saturni, proverbi come postremus dicas, primus taceas) o anche nei saturni del Bellum Poenicum di Nevio.

Che i romani avessero avuto, accanto alla poesia metrica, una poesia ritmica popolare, e che questa poesia ritmica fosse rappresentata dal saturnio, Petrarca lo aveva dedotto dal commento di Servio a Virgilio (Commento a Georgiche, II 385). Petrarca dunque, nella costruzione del suo “umanesimo”, ritiene di trovare nell’imitazione degli antichi anche la legittimazione al suo poetare in volgare.

 

 

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La breve epistola proemiale della Raccolta Aragonese, composta nel 1476-1477, benché firmata da Lorenzo si deve, come ha dimostrato Michele Barbi (La Raccolta Aragonese, in Studi sul Canzoniere di Dante, Firenze, Sansoni, 1965, pp. 217-326), al più grande filologo della sua cerchia, Angelo Poliziano; l’autore vi difende innanzitutto, con serrate argomentazioni, il volgare illustre, e in particolare il toscano.

Interessante è infatti l’idea di una storia della poesia che guarda al futuro, una storia che aspetta di essere continuata e non di essere imbalsamata in uno sterile omaggio; perché il volgare fiorentino può, come in passato, dimostrare di essere un lingua in grado di esprimere ogni cosa: "Nessuna cosa gentile, florida, leggiadra, ornata; nessuna acuta, distinta, ingegnosa, sottile; nessuna alta, magnifica, sonora; nessuna finalmente ardente, animosa, concitata si puote immaginare della quale non pure in quelli duo primi, Dante e Petrarca, ma in questi altri ancora, i quali tu, signore, hai suscitati, infiniti e chiarissimi esempli non risplendino".

Nell’ambito dei poeti compresi nell’antologia il Poliziano assegna una posizione di netta superiorità ai due “soli”, Dante e il Petrarca, dei quali “meglio essere giudico tacere che poco dirne”, ma l’autore cita altri “infiniti e chiarissimi esempli” di poesia in volgare, e formula acuti giudizi su molti scrittori, non solo toscani, ma anche bolognesi e siciliani – per Contini il testo è “la prima riflessione critica sulla nostra poesia, se si prescinde dal De vulgari eloquentia”.

 

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Nella Raccolta Aragonese i due compilatori d’eccezione, Lorenzo il Magnifico e Angelo Poliziano, muovono da Dante e lo Stilnovo per tornare alle origini, ai poeti siciliani e siculo-toscani.

Il complesso lavoro di scelta, selezione e collazione dei testi che precedette la realizzazione di questa straordinaria antologia testimonia il ricco retroterra filologico della Firenze laurenziana, la grande disponibilità di raccolte di rime, di codici antichi o trascritti in tempi più recenti.

Per i poeti dello Stilnovo la Raccolta dipende da una fonte affine all’importante Canzoniere Chigiano (L. VIII. 305) – che venne consultato da Antonio di Coluccio Salutati e, forse, da Antonio Manetti –, mentre per la presenza dantesca dalla raccolta allestita e conservata da Boccaccio (Zibaldone laurenziano XXIX 8).

Le analisi di De Robertis hanno portato a individuare nel manoscritto n. 3 già Ginori Conti della Società Dantesca Italiana (databile circa al 1470) la preistoria della Raccolta, una sua redazione anteriore che, allestita già intorno al 1470, doveva essere donata a Alfonso d’Aragona, duca di Calabria (D. De Robertis, La Raccolta Aragonese primogenita (1970), ora in Editi e rari. Studi sulla tradizione letteraria tra Tre e Cinquecento, Milano, Mondadori, 1978, pp. 50-65).

L’originale della raccolta (siglata Ar) è andato smarrito: se ne sono perdute le tracce dopo il 1512, anno in cui il libro venne prestato a Isabella d’Este e al suo segretario Mario Equicola.

La composizione dell’opera è stata comunque ricostruita da Michele Barbi sulla base dei molti codici dipendenti. Tra i più completi: il Laurenziano plut. XC inf. 37, databile tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento (con l’aggiunta, per colmare le lacune di quest’ultimo, di un altro Laurenziano: il XLI 26); il Parigino B.N. It. 554 della Biblioteca Nazionale di Parigi dell’inizio del Cinquecento; il Palatino 204 della Biblioteca Nazionale di Firenze (1514-1533).

La Raccolta comprendeva 499 testi, una ricognizione tanto ampia da coprire quasi l’intera storia, e le sue stesse dimensioni materiali, della poesia toscana dalle origini al Quattrocento, fino cioè a Lorenzo stesso (presente con 16 componimenti, tra cui 4 sonetti in morte di Simonetta Cattaneo che saranno poi inclusi nel Comento a’ miei sonetti), con una presenza importante degli Stilnovisti e di Dante, a tracciare una linea di continuità e sviluppo che arriva fino alla contemporanea poesia fiorentina.

L’ordinamento della silloge suggerisce un giudizio di valore, una sistemazione storico-letteraria gerarchica e qualitativa: dopo le rime di Dante si collocavano quelle di Guinizzelli, di Guittone, di Cavalcanti e di Cino, per giungere a ritroso sui poeti della corte federiciana e sui toscani minori, chiudendosi infine, secondo un ideale percorso, proprio con la produzione di Lorenzo il Magnifico.

La Raccolta si apre dunque con le rime di Dante (presente con la Vita Nuova, 19 canzoni, 9 ballate e sonetti), a cui viene premessa la sua Vita (o Trattatello in laude di Dante) scritta da Boccaccio.

Seguono Guinizzelli, Guittone e Cavalcanti, Cino da Pistoia, e altri poeti minori del Trecento e del Quattrocento, Cino Rinuccini (presente con il suo piccolo canzoniere al completo), i due Buonaccorso da Montemagno (allora ancora non distinti), Fazio degli Uberti, Sennuccio del Bene, Boccaccio, Saviozzo, Franceschino degli Albizzi, Leonardo Bruni, ma anche Sacchetti, Niccolò Cieco e i partecipanti al Certame coronario; una sezione di poeti duecenteschi da Bonagiunta Orbicciani a Pier delle Vigne fino a Giacomo da Lentini, Lapo Gianni e Lapo Salterelli (i siciliani, "inglobati" nella tradizione lirica toscana e Guinizzelli, considerato toscano di "elezione", sono l’unica eccezione alla toscanità del canone) fino ai versi dell’ideatore a suggello della raccolta.

Rimane escluso il Canzoniere petrarchesco, già a stampa e comunque sufficientemente conosciuto anche attraverso la sua circolazione manoscritta.

Dalla Raccolta si ricava pertanto un bilancio critico della poesia volgare precedente la fine del Quattrocento: ad esempio, una chiara preferenza per la poesia di Cavalcanti e Cino (presente con ben 87 componimenti), ma anche una presenza sostanziosa di Sacchetti (di cui Lorenzo possedeva l’autografo del Libro delle rime, con 88 componimenti), a testimoniare della passione del Magnifico, mai nascosta, per la poesia per musica.

È chiaro l’intento autocelebrativo della silloge laurenziana, e soprattutto sono chiare le finalità culturali e politiche sottese all’operazione: attraverso l’esaltazione del volgare fiorentino, "lingua ornata e copiosa", lingua in grado di svolgere un ruolo egemonico nella cultura italiana, si esalta il prestigio dello stato fiorentino stesso.

 

 

Gli approfondimenti critici sono tratti dal sito italica.rai.it e dalla Letteratura italiana in cd-rom Acta-D’Anna-Thesis.


lunedì, 01 ott 2007 Ore. 23.17

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