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22. Giulio Ferroni - Perché Fenoglio

Questo breve saggio di Giulio Ferroni si sofferma sull’importanza di Beppe Fenoglio nel panorama letterario italiano e nel contesto culturale attuale, evidenziandone la capacità di rendere l’universale della condizione umana.

Il testo è tratto (pagg. 9-12) dal volume “Beppe Fenoglio. Scrittura e Resistenza”, Edizioni Fahrenheit 451, 2006, a cura di Giulio Ferroni, Maria Ida Gaeta, Gabriele Pedullà, che raccoglie gli atti del Convegno “Beppe Fenoglio 1943-1963-2003. Scrittura e Resistenza”, organizzato dal Comune di Roma, 11-13 novembre 2003, Roma.

 

Per approfondire l’interpretazione che il grande critico ha dato dello scrittore si consiglia l’intervista “sulla specificità del caso Fenoglio”, pubblicata su RaiLibro.

 

Giulio Ferroni

Perché Fenoglio

 

Una delle cose che oggi più feriscono nelle discussioni e nelle polemiche sulla storia del Novecento, e in particolare su quelle che riguardano la Resistenza e la guerra partigiana, è l’assoluta indifferenza verso il carattere “tragico” di quegli eventi, l’incapacità di percepire la durezza estrema delle situazioni che allora furono vissute, la mancanza di rispetto verso la sofferenza e l’orrore in cui in quel frangente si trovarono a precipitare tanti esseri umani, in cui furono trascinate tante semplici esistenze.

Quella storia viene stravolta e usata come strumento polemico attuale, per contestare accanitamente le interpretazioni assestatesi nella storiografia del secondo Novecento, per scardinare i principi su cui si è costruita la repubblica, per attaccarne la Costituzione, per giustificare  i più mediocri interessi contemporanei, le posizioni più cupamente settarie.

Nell’infuriare delle polemiche e nel diffuso uso strumentale della storia, viene violato il carico di dolore che il passato trascina con sé, vengono “ferite” esperienze e sofferenze, si nega ogni vera pietà per chi ha lottato e per chi è caduto, anche quando si pretende di rivendicarne il punto di vista: la memoria viene colpita, quanto più si crede di riattivarla, operando “revisioni”, proponendo aspetti prima trascurati o passati sotto silenzio. Tutto si sbriciola nel gioco degli effetti immediati e mediatici, nell’esibizione pubblicitaria, in funzione di un presente che vuole porsi a norma del mondo.

Contro la volgarità delle polemiche sarebbe il caso di prestare maggiore attenzione alle rappresentazioni della grande letteratura, che hanno proprio la capacità di “salvare” la storia e la realtà, di darne una memoria non parziale, ma essenziale e assoluta.

E tra le numerose opere dedicate alla Resistenza e alla guerra partigiana si rivela sempre più “grande” e assoluta l’opera di Beppe Fenoglio, scrittore solitario, che è stato del tutto estraneo alla frivolezza e alle beghe politico-istituzionali della società letteraria. Partigiano nelle formazioni operanti nelle Langhe (militando in un primo momento tra i “rossi” della Brigata Garibaldi, poi tra gli “azzurri” delle Formazioni Autonome Militari), della vita partigiana egli ha dato una narrazione eccezionale e davvero “assoluta”, senza costruzioni ideologiche o prospettive di partito, ma indagandone la profonda “verità”, scendendo fino in fondo dentro al senso di quell’esperienza, dentro le sue contraddizioni e le sue lacerazioni, ma anche dentro la sua “necessità”.

La Resistenza raccontata da Fenoglio è qualcosa di tremendo e di essenziale, che consegue a una scommessa di dignità e di autenticità: in essa non si affermano modelli positivi, non si tracciano programmi ideali, ma si lotta per salvare la possibilità stessa di un equilibrio umano, di una continuità e di una comunità civile e culturale.

E’ la concretezza della rappresentazione letteraria a farci vedere in atto che il fascismo e il nazismo contro cui si combatte non costituiscono semplicemente “l’altra parte”, ma sono un male radicale, un blocco della vita, della storia, della civiltà, contro cui ci si deve comunque schierare, anche se il fatto di combattere, di per sé, non può essere un “bene”. La guerra è violenza, orrore, costringe alla violenza e all’orrore anche chi a essi vuole resistere e opporsi: lo sguardo di Fenoglio è insieme tragico e crudamente realistico, non nasconde nulla di quell’orrore; ma può farlo solo perché è dalla parte della ragione, della sola ragione allora minacciata, la cui sconfitta avrebbe rappresentato la catastrofe dell’Italia e della sua storia.

Qui la necessaria pietà per i morti esclude ogni equiparazione tra i partigiani, che resistono in nome della ragione e della civiltà, e chi è schierato dalla parte del nazismo e del fascismo.

Mentre un barbarico orrore devastava tutta l’Europa, calpestando tutti i principi della ragione, della cultura e delle tradizioni dell’Occidente, la scelta partigiana si dava come una “necessità”, indicava la sola possibile via d’uscita: se pure si trattò di una “guerra civile”, non era una tra le tante guerre tra fazioni divise da interessi e ideali opposti, il cui esito avrebbe segnato in definitiva il prevalere degli uni sugli altri; ma era una guerra davvero “ultima”, senza quartiere, per la “resistenza” di quanto rimaneva di “civile” e di “umano” tra gli orrori e i mostri del XX secolo.

Oggi, a sessant’anni dall’inizio della Resistenza, e a quaranta dalla morte di Fenoglio, la concretezza, la forza, la densità esistenziale e simbolica della sua opera assumono un sempre più netto ed essenziale rilievo storico e letterario: e ciò proprio perché essa è sorretta da una assoluta religione della libertà e della letteratura, che la allontana da quell’intento agiografico e da quello spirito propagandistico, in cui incorsero molti libri dedicati “a caldo” alla Resistenza (tra cui il fallimento più netto appare oggi quello di un libro davvero illeggibile di Elio Vittorini, Uomini e no).

Il linguaggio di Fenoglio, dai numerosi racconti, all’epopea frammentaria di quel vero e proprio continente testuale che è Il partigiano Johnny, al capolavoro supremo di Una questione privata, offre un’immagine viva e concreta di quella realtà, al di là di tutte le convenzioni del neorealismo, proprio perché scaturisce da un impegno letterario assoluto, da una volontà di interrogare un’esperienza intensamente vissuta  alla luce di una passione integrale per la letteratura (in primo luogo la grande letteratura inglese, che Beppe aveva appassionatamente studiato negli anni della giovinezza).

E proprio grazie al punto di vista della letteratura la stessa condizione partigiana si pone nella sua opera come un segno rivelatore dell’essere nel mondo. Il suo narrare non si risolve in una cronaca degli eventi a cui ha partecipato, non si dà come un semplice riscatto della memoria, ma si svolge in una continua, insieme impassibile e appassionata verifica della tragicità inesorabile della vita umana, della necessità di “resistere” comunque al male, all’emergere del non umano. Questo “resistere” si dà come un ineluttabile dovere, una missione senza motivazioni trascendenti, senza intenti programmatici, senza troppe definite finalità politiche.

Quella guerra del tutto atipica porta il combattente a confrontarsi con l’assurdo, a metterlo di fronte al nulla, rivelandogli la follia del mondo e l’assurdità degli atti e dei desideri che abitano il mondo.

Alla coerenza e alla lucidità di questo sguardo “tragico” contribuisce, oltre che la sensibilità umana dello scrittore, la sua conoscenza della letteratura romantica inglese (e tra l’altro egli tradusse quel capolavoro che è Cime tempestose di Emily Bronte) e del pensiero esistenzialista (a cui l’aveva avvicinato Pietro Chiodi, suo professore di filosofia al liceo e anche lui partigiano, autore più tardi del notevolissimo Banditi).

Proprio grazie a questa capacità di percepire l’assurdo (senza peraltro quelle pose retorico-nichilistiche che gravano sulle opere letterarie di Sartre e dello stesso Camus) Fenoglio sa registrare in tutta evidenza i drammi più tremendi, la nuda e fulminea cecità della violenza, nel suo darsi immediato e senza scampo: mentre sono le pause degli eventi a rivelargli il loro senso delle cose, la tragicità di una condizione umana segnata dalla necessaria lotta contro il male. Una lotta necessaria, ma che deforma la vita, la sospende in una interminabile attesa della fine: e il partigiano, pur rimanendo nella sua concreta realtà, diventa figura dell’uomo spiato dalla morte, emblema della condizione umana di fronte all’inspiegabile estraneità della natura.

Con la sua consueta intelligenza fu Italo Calvino, già nel 1964, nell’Introduzione alla riedizione del suo Il sentiero dei nidi di ragno, a riconoscere in Una questione privata, apparso postumo poco dopo la morte dell’autore, il vero romanzo della Resistenza, che dava senso a quella stagione a cui anche lui aveva partecipato: “romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso” e insieme romanzo che mostra “la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più impliciti, e la commozione, e la furia”; e lo definiva ancora come “un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”.

Il nostro sguardo al passato, la nostra riflessione sulla Resistenza e la nostra difesa della sua memoria contro i volgari tentativi di rovesciare il senso della storia del Novecento, dovrebbero sapere tener conto di tutto il valore e l’urgenza di questo richiamo “tragico” che viene dalle opere di Fenoglio e dalle varie e affascinanti componenti della sua cultura. Ma proprio con Fenoglio la riflessione sulla Resistenza storica e sulla grande letteratura in cui egli l’ha fissata dovrebbero suscitare una più generale riflessione sulla condizione attuale della letteratura, sulla sua capacità di “resistere”, di saper inseguire ciò che non si afferra, mettendoci in guardia nei confronti delle derive che minacciano l’orizzonte politico-culturale e l’equilibrio stesso della nostra civiltà.

Se Fenoglio ha fatto della Resistenza e dell’esperienza vissuta la materia della sua scrittura, questa sua scrittura è stata essa stessa “resistenza”, modo di testimoniare il valore dell’esperienza e della verità in un mondo che sempre più tende a dimenticare e a cancellare, che sempre più mette in pericolo la memoria, la passione, la dignità, la serietà, il pudore, che riduce tutto a squallido spettacolo, a esibizione pubblicitaria, a effimeri effetti di choc.

 

Testo digitalizzato da Luca Diego Dominguez.


domenica, 21 ott 2007 Ore. 19.09

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