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Libretto Come lavorare meglio... (Etas)

 ....e tornare a casa presto. 

Come è possibile resistere alla tentazione di dare una pur breve sbirciata ad un libretto con un titolo del genere?

Il formatto super compatto, il numero di pagine ridotto, la copertina cartonata, hanno poi fatto il resto, e me lo sono portato a casa, con l’intenzione di leggermelo negli spostamenti lavorativi.

Cosa che poi ho fatto, e con grande soddisfazione, devo ammetterlo.

Come dice più che chiaramente il titolo, l’argomento è la gestione del tempo, del proprio tempo lavorativo, con lo scopo di non finire fagocitati dagli impegni di lavoro e mantenere una vita privata esistente e soddisfacente. Il tutto, ovviamente, senza pregiudicare o compromettere i propri impegni lavorativi, anzi, di migliorarli addirittura, proprio in conseguenza della mancanza (o notevole riduzione) di stress ed incomprensioni lavorativi.

 

L’autore, Fergus O’Connell è un’autorità mondiale nel project management e gestione del tempo, avendo insegnato queste tecniche a centinaia di manager e professionisti in tutto il mondo.

Con un linguaggio chiarissimo, ed anche divertente ed ironico, viene insegnato come “dire di no”, come non farsi sempre sottomettere dal proprio capo o dai propri colleghi, come affrontare al meglio gli impegni e gli imprevisti lavorativi. Sfido chiunque a dire di non ritrovarsi in almeno uno degli esempi riportati dall’autore.

Quando alle 17.00 arriva e chiede un lavoro urgente, e non rispondiamo “certo, lo faccio subito”, sapendo già di dover restare poi in ufficio fino a notte. O nel provare un senso di colpa se non si lavorano le 10 e passa ore che trascorrano (lavorando poi effettivamente?) gli altri colleghi.

È come se fossimo nelle condizioni di essere un mago (metafora dell’autore), che estrae un animale sempre diverso, e sempre più grande, dal proprio cappello per poter risolvere problemi impossibile e compiere autentici miracoli.

 

Cosa insegna quindi l’autore? A rendere di più nelle “normali” ore lavorative, a dire di no, e a vivere meglio, riprendendosi la propria vita. E non mi sembra affatto poco!

Esiste un’altra vita fuori dal lavoro, e l’autore insegna a ritrovarla (senza trascurare i risultati del proprio lavoro, ovviamente).

A parte questo “dettaglio”, la lettura è molto piacevole, da’ da pensare (e credo che proprio questo sia lo scopo del libro), e se messa in pratica può cambiare in meglio le proprie abitudini.

 

Sullo stesso argomento, o similari, in libreria si possono trovare altre pubblicazioni. Questo libretto ha però il vantaggio di essere molto sintetico e leggibile senza “occupare” troppo tempo. A pensarci bene questa caratteristica positiva non è poco; se devo leggere un libro che mi insegna come impiegare al meglio il mio tempo, e questo libro mi impegna gran parte del mio tempo libero, dove sta il vantaggio?

 

La versione originale del testo risale al 2005 (ed è stata tradotta l’anno dopo), quindi è abbastanza recente e contemporaneo.

I capitoli sono 13, di lunghezza adatta per un breve viaggio in metropolitana, ovvero corti ma pregni di idee e concetti.

All’inizio di ciascuno di essi sono presenti alcune domande a riposta multipla. Subito dopo l’autore propone le soluzioni, ognuna di essa con un certo punteggio.

Consiglio di non saltarle a piè pari, dato che le idee del capitolo scaturiscono proprio da esse, e mettono il lettore di fronte al proprio (quasi sempre sbagliato) modo di pensare.

Oltre alle domande, soprattutto nei primi capitoli, ci sono poi dei box bianchi da riempire secondo delle indicazioni fornite dall’autore a mo’ di esercitazione. Munirsi perciò di matita se si vogliono fare le cose per bene.

 

Il formato compatto rende il libretto tascabile in tutti i sensi.

La copertina cartonata (abbastanza inusuale per un libretto così piccolo), e la carta spessa e rugosa, conferiscono al testo una vita lunghissima ed una robustezza fuori dalla media.

 

Questa è la pagina del sito della casa editrice Etas relativa al libro:

http://etaslab.corriere.it/dynuni/dyn/Catalogo/8845313352.jhtml

 

Non è presente nulla di scaricabile, se non il sommario in formato Pdf.

Compenso io riportando, dopo il sommario poco sotto, tutto il capitolo 9, uno di quelli secondo me più significativi, dedicato al “senso di colpa”.

 

Insomma, se qualcuno vuole fare un regalo carino, originale e un po’ fuori dagli schemi, questo libro – considerando anche il prezzo alla portati di tutti – è un’ottima scelta.

Io l’ho apprezzato molto.

 

Sommario

5 – Cap. 1: La promessa di equilibrio tra vita e lavoro

17 – Cap. 2: Capire dove vi trovate ora 17

31 – Cap. 3: Fare il primo passo

41 – Cap. 4: Un’altra piccola dose

57 – Cap. 5: La prima cosa indispensabile: stabilire le priorità, conoscere i vostri obiettivi

71 – Cap. 6: La seconda cosa indispensabile: negoziare, dire no

95 – Cap. 7: La terza cosa indispensabile: far funzionare il tutto, ancora carnet di ballo

107 – Cap. 8: Che cosa potrebbe fermarvi? La ricerca di approvazione

123 – Cap. 9 Che cosa potrebbe fermarvi? Il senso di colpa

133 – Cap. 10: Se non lo fa lei, troverò qualcun altro

141 – Cap. 11: Gestire la posta elettronica

151 – Cap. 12 II resto del menù

161 – Cap. 13 La persona che lavora al meglio e torna a casa presto

173 - Postfazione

175 - Ringraziamenti

 

 

 Titolo:  Lavorare al meglio e tornare a casa presto
Autore: Fergus O'Connell
Editore: Etas Libri
ISBN:   8845313417
Pagine: 176
Prezzo: 13 €
Data di pubblicazione: Giu. 2007

 

 

Che cosa potrebbe fermarvi?

Il senso di colpa

 

È una delle emozioni più inutili che esistano.

Ora ne parliamo.

 

Domande

1 Scenario simile alla domanda 3 del Capitolo 8. Volete cominciare a lavorare al meglio e tornare a casa presto. Ci sono un mucchio di vantaggi per tutti i vostri stakeholder – voi, la vostra azienda, i vostri clienti, i vostri colleghi, il vostro capo, i vostri cari – se cominciate a farlo. Delle cose seguenti, quali

sono vere?

(a) Smaltirete tutto il lavoro che avete in arretrato.

(b) Riuscirete a concentrarvi meglio.

(c) Fornirete un livello di servizio migliore ai clienti. Ci saranno consegne puntuali. Sarete più focalizzato sulle esigenze dei clienti. Infine – se siete nel settore che realizza il profitto – l’azienda farà più soldi.

(d) La vostra immagine sul lavoro migliorerà.

 

2 Ecco altre quattro cose. Quali tra queste sono vere?

(a) Farete un lavoro di qualità più alta.

(b) Migliorerà la vostra vita privata e avrete davvero un equilibrio tra vita e lavoro.

(c) Il vostro morale sarà più alto.

(d) Vi sentirete meglio fisicamente.

 

3 Ecco altre quattro cose. Quali tra queste sono vere?

(a) Darete il buon esempio agli altri, il vostro capo, i vostri colleghi, i vostri pari grado, i vostri compagni di ufficio in particolare.

(b) Il vostro lavoro sarà più gratificante.

(c) Avrete veramente del tempo a disposizione per aiutare i vostri colleghi.

(d) Diventerete un punto di riferimento per il vostro team.

 

Risposte

1 (a) 5 punti Lo farete.

(b) 5 punti Già.

(c) 5 punti È tutto vero.

(d) 5 punti Anche questo.

 

2 (a) 5 punti Lo farete.

(b) 5 punti Sarà così. Immaginate, un equilibrio tra vita e lavoro!

(c) 5 punti Sicuramente lo sarà.

(d) 5 punti E vivrete più a lungo.

 

3 (a) 5 punti Lo farete.

(b) 5 punti Lo sarà.

(c) 5 punti Se volete usarlo per quello. Potreste anche andare a casa! O fare un po’ di tutte e due le cose.

O aiutare gli altri a lavorare al meglio e andare a casa presto.

(d) 5 punti Già. Saranno come una squadra di calcio con un goleador infallibile. Sempre disponibile quando

qualcuno ha bisogno e totalmente affidabile.

 

Punteggi

15 punti Un sacco di vantaggi, eh? E non è ancora finita, ne troveremo altri ancora nel prossimo capitolo.

Quando tengo dei seminari su questo argomento, ci vuole poco perché salti fuori sempre la stessa parola: colpa. “Anche se faccio bene il mio lavoro”, qualcuno dice, “se vado a casa presto, mi sento in colpa”.

Il senso di colpa e la sua sorella gemella, l’apprensione, sono due delle emozioni più debilitanti che esistano al giorno d’oggi. Sono sostanzialmente la stessa cosa. Il senso di colpa è preoccuparsi per qualcosa che è accaduto nel passato.

L’apprensione è sentirsi in colpa per qualcosa che potrebbe accadere nel futuro.

Wayne Dyer non ha dubbi su quello che si dovrebbe fare:

“Se ci sono in voi delle ampie zone di senso di colpa e di preoccupazione, devono essere sterminate, disinfestate e sterilizzate per sempre” [1].

 

Il problema è che sia il senso di colpa, sia l’apprensione, sembra che abbiano finito per essere considerate positivamente.

Se non ti senti in colpa, sei una “cattiva” persona. (Penso che, in realtà, dietro questo atteggiamento ci sia una

confusione tra senso di colpa e rimorso o dolore per qualcosa che è accaduto. Si può provare rimorso o dolore per qualcosa che è accaduto. Si può trarne un insegnamento. Si può decidere di non farlo accadere mai più. Si può fare in modo che non accada mai più. Ma nessun senso di colpa può cancellarlo.)

Lo stesso per l’apprensione, se non ti preoccupi sei considerato “freddo”, “robotico”, “insensibile” e “androide”.

Di nuovo, l’apprensione è ben diversa dal cercare di inventarsi delle soluzioni per un problema. Questo è un processo molto creativo e, se sono coinvolte altre persone, molto premuroso.

È difficile dimostrarsi più premurosi che spremendosi il cervello e usando la propria energia per trovare soluzioni a problemi di altre persone. Ma l’apprensione? A che cosa serve?

Il senso di colpa può impedirvi di diventare una persona che lavora al meglio e torna a casa presto. Vi può uccidere!

Succede che pensiate che tornando a casa presto vi sentirete in colpa. Se siete determinati in quello che state cercando di fare, dovete provare a eliminare il senso di colpa. Vediamo come si può fare.

Come si manifesta il senso di colpa Ci sono due tipi di senso di colpa. Il primo è quello che ci

trasciniamo dalla nostra infanzia, il secondo è un sentimento adulto. Entrambi hanno un denominatore comune: ci sentiamo in colpa perché avvertiamo di aver violato qualche codice a cui aderiamo. Nel primo caso, il codice deriva dalle figure autoritarie della nostra infanzia, genitori, insegnanti, religiosi o altre figure istituzionali. Nel secondo caso, si tratta di un codice di valori che abbiamo costruito noi stessi.

 

Entrambi i codici sono ugualmente insensati. Per quanto riguarda la colpa residua dall’infanzia, le figure autoritarie se ne sono andate da tempo e, se non se ne sono andate, non dovrebbero più avere su di noi il potere che avevano una volta. Tuttavia, il fatto che sia rimasto un senso di colpa significa che esercitano ancora un potere. Nel caso del senso di colpa adulto, il codice è uno standard autoimposto che in verità non sottoscriviamo, ma a cui aderiamo solo formalmente.

Tornare a casa presto ne è un chiaro esempio. Ci sono le figure autoritarie – i capi, i pari grado, i subordinati (sì, è possibile!), i clienti – che esercitano un controllo su di noi.

In più, l’organizzazione ha un codice (solitamente non scritto) per il quale andare a casa presto è segno di negligenza. Anche se non credete in questo codice – se lo faceste, non leggereste questo libro – almeno formalmente lo rispettate.

Covando rabbiosi la consapevolezza che tutto il lavoro importante l’avete fatto e che potreste andarvene, sedete alla vostra scrivania, dando l’impressione di avere da fare. Fingete, mentre fuori la vita vi chiama.

 

Che cosa potete fare Ecco alcune cose che potete fare sul lavoro per ridurre il vostro senso di colpa.

• Fate qualcosa che sapete essere destinata a sfociare in un senso di colpa. (È l’idea che l’unico modo per affrontare qualcosa che si teme sia farla [2].) Uscite dall’ufficio in orario. Semplicemente alzatevi e uscite dalla porta. Non scusatevi. Non inventate nessuna storia, non importa chi vi vede, semplicemente alzatevi e andate. Partite gradualmente.

Fatelo una volta al mese. Poi passate a una volta a settimana. Poi due a settimana. Poi un giorno sì e uno no.

Poi ogni giorno. Osservatevi mentre ve ne andate: osservate come il vostro senso di colpa si riduce quanto più

spesso lo fate.

 

• Affrontate le figure che rappresentano l’autorità a testa alta.

Se una delle persone menzionate in precedenza – i capi, i pari grado, i subordinati, i clienti – fa qualche riferimento al fatto che uscite presto, non importa quanto sia

obliquo, indiretto o implicito, fategli il discorso “non è una questione di presenza, ma di risultati”. Non dovete

essere offensivi o aggressivi. Spiegate semplicemente che avete fatto quello che c’era da fare e che ora vi state per di rigere verso casa per vivere l’altra parte della vostra vita.

La cosa importante è assicurarvi di non lasciare mai cadere uno di questi riferimenti. Intercettateli sempre, smetteranno presto di farli. Potrebbero perfino chiedervi qual è il segreto del vostro successo.

 

• Osservate se andare a casa presto vi rende felici. Sì, aderire a qualche specie di codice inafferrabile può dare una certa soddisfazione, ma chiedetevi se preferireste aderire a un codice o fare correttamente il vostro lavoro e poi godervi la vita fuori. Rispondete onestamente.

 

• Ripensate al vostro sistema di valori. In quali credete veramente e quali invece fingete semplicemente di accettare?

Fate due liste, quelli in cui credete veramente e quelli che approvate solo a parole. Siate drastici nelle vostre scelte. Ecco un esempio: nel mio ultimo lavoro “vero”, dirigevo una consociata estera di un’azienda di software statunitense.

Nell’ambito del mio lavoro, i valori in cui credevo erano:

– fornire un servizio eccellente al cliente (eravamo noti come “la parte dell’azienda X che lavora meglio”);

– in termini di sviluppo di progetti software, fornire prodotti di alta qualità entro i tempi e nel budget concordati;

– adottare uno scheduling di progetto sempre realistico; nella nostra consociata, non accettavamo missioni impossibili.

Questi valori a me erano sufficienti per fare correttamente il mio lavoro.

Ora, l’azienda aveva tutto un altro insieme di valori. Si trattava di cose come:

– non eri veramente dedito all’azienda se non facevi uno sproposito (e intendo dire davvero uno sproposito) di

straordinari;

– non bisognava abitare troppo lontano dall’ufficio, l’ideale era a cinque o dieci minuti (io ci impiegavo un’ora

e mezza ogni giorno);

– rifiutare le missioni impossibili implicava una mancanza di spirito “intraprendente” e, dunque, una mancanza

di impegno o una mancanza di “flessibilità”;

– tornare a casa in orario era forse tollerato una volta ogni tanto, ma c’erano sempre commenti (“sei tornato

a casa presto ieri”) e, se diventava un’abitudine, veniva biasimato e, di nuovo, visto come una mancanza di impegno.

Ho aderito formalmente ad alcuni di questi valori per un (breve) periodo. Negli ultimi tempi li rifiutai tutti, pur mantenendo il mio lavoro e, di conseguenza, ero molto più felice.

L’azienda non accettò mai veramente il mio rifiuto di questi valori, ma questo era, e rimase, il loro problema.

Potevo andare avanti tranquillo e fare il mio lavoro con i valori che avevo.

 

• Dyer consiglia di tenere un “diario della colpa”[3]. Scrivete tutto ciò che avete fatto che vi ha suscitato un senso di colpa.

Che cosa è successo, quando e con chi? Se lo tenete religiosamente per, diciamo, un mese, vi darà qualche illuminazione su dove si trovano le vostre “zone di colpa”.

 

Riferimenti

[1] Dyer Wayne, Your Erroneous Zones, Michael Joseph, Londra, 1977 (tr. it. Le vostre zone erronee, BUR, 2000).

[2] Jeffers Susan, Feel the Fear and Do It Anyway, Arrow Books, Londra, 1991 (tr. it. Conosci le tue paure e vincile, Mondadori, 1994).

 

 

Categoria: Books
mercoledì, 04 mar 2009 Ore. 10.00

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