Praza de Cresia. In Rete dall'11\06\2006


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Anno 2007

Anno 2006

Il palazzo Zapata illumina la storia di Barumini

Inaugurato ieri il museo che fu l’abitazione della famiglia spagnola del ’500
Il palazzo Zapata illumina la storia di Barumini
Il tesoro della reggia nuragica riportata alla luce da Giovanni Lilliu
  BARUMINI. L’applauso più sentito è andato al Grande Assente, al più illustre dei figli di Barumini, Giovanni Lilliu. Non sta bene in salute ed è rimasto a Cagliari nella sua casa di via Castiglione, nel quartiere di piazza Giovanni. Ha mandato un messaggio (riportato in questa stessa pagina). A leggerlo è stata la figlia Caterina. Più d’uno ha applaudito in piedi.
 Molti i commossi. «Il professore è un Grande», dicevano. In cielo uno spicchio di luna turca. Il governo nazionale è stato rappresentato dal sottosegrario alla Difesa Emidio Casula. Il museo è stato inaugurato - poco prima delle 21.30 - dal presidente della Regione Renato Soru e dagli assessori alla Cultura Elisabetta Pilia e al Turismo Luisanna Depau. Dopo la benedizione del vescovo di Oristano mons. Ignazio Sanna, in un grande giardino, hanno aperto i lavori il sindaco Emanuele Lilliu e l’assessore provinciale Rossella Pinna che ha esaltato il «prezioso gioiello» di casa Zapata «che arricchisce - ha detto Pinna- il nostro patrimonio culturale archeologioco». Hanno parlato i rapresentanti delle Soprintendenze Paolo Scarpellini, Vincenzo Santoni, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Gabriele Tola, Antonello Arru, Pietro Reali, Liliana Fadda, il nipote dei marchesi Zapata Lorenzo di Las Plassas e Raffaella Lantini della Space. Buona l’organizzazione curata dall’amministrazione comunale. Ha concluso (commosso) Giorgio Murru, l’anima cultural-archeologica di Barumini, re delle guide della reggia nuragica scoperta da Giovanni Lilliu. «Questo palazzo - ha detto il sindaco Lilliu - deve portare ulteriore sviluppo economico sociale».

Su quelle pietre è impressa la storia dell’isola quando i conquistatori erano i nostri padroni
Uno sguardo indietro verso la Spagna
Il nobile casato valenziano fu una calamita per gli appetiti dei mercanti



La Sardegna Autonoma di oggi e la Spagna dominatrice di ieri. La Sardegna di 500 anni fa, regno sottomesso da chi tra il Gennargentu e il Golfo degli Angeli non aveva alcunché da spartire e la Spagna di oggi, guidata dal premier forse più moderno d’Europa. La storia isolana imposta dagli invasori e la cronaca più o meno immutata di chi vuol decidere il proprio futuro senza il visto di proconsoli. E poi, lontani anni luce dal feudalesimo, clima da sabato culturale del villaggio, la chiesa con una cupola che poggia su un tamburo ottagonale, torre campanaria e campanile a vela, palazzi padronali e musei dell’arte contadina al centro dell’antico granaio di Roma. Più in là, nascosta da un bel muro di recinzione, la reggia nuragica, quella battezzata e scavata, pietra su pietra, da Giovanni Lilliu, il Sardus Pater vivente della cultura sarda.
 Così Barumini ha indossato ieri l’abito delle grandi occasioni, i Quattro Mori e il tricolore con il blu e le stelline della bandiera europea, case con pietre a vista, giardini verdi, palme svettanti e olivi secolari, strade ordinate. In questa cornice - col presidente della Regione Renato Soru, turisti a gogo, tanta gente dai paesi vicini, molti giovani, annullo filatelico, documenti storici sui “baroni” e fotografie antiche - è avvenuta l’inaugurazione e la visita a casa Zapata, esempio elegante di architettura civile rurale, costruita sulle rovine di un nuraghe del tempo che fu per dare residenza proprio ai potenti, gli Zapata. I più arditi nelle fantasie dicono: “Erano del gremio dei calzolai i primi, perché non lo può essere, oggi, José Luis Zapatero?”.
 In una calda serata di fine luglio, finalmente addolcita da piacevoli carezze di maestrale, fra nastri, aspersori e stole vescovili, si respira un’aria carica di mistero e di intrighi fra queste stanze. Pianta rettangolare, due livelli collegati da una rampa esterna in muratura, un grande portale in trachite, conci di arenarie e capitelli a canestro, quattro finestroni incorniciati da colonne con decori tra il corinzio e il barocco. Storia dell’arte e cronaca. Da oggi la casa feudale diventa un nuovo monumento-museo della Sardegna, soprattutto di quella legata a doppia mandata con la dominazione spagnola che da noi si è protratta per quasi mezzo millennio (1323-1714). Il tutto nel rione “Santu Perdu”, proprio di fronte alla chiesa parrocchiale dedicata prima alla Beata Vergine Assunta e poi affidata all’Immacolata. Chiesa e nobiltà vicine, sempre vicine, come la storia e la cronaca insegnano.

Quella degli Zapata è una delle tante pagine che hanno visto la Sardegna eternamente eterodiretta dai grandi domini del Sud e del Nord dell’Europa. Ma gli Zapata - una delle “famiglie più illustri e titolate in Aragona e Valenza” - non sono i soli ad approdare e mettere radici nelle coste sarde che certo non erano note per le dune di Piscinas o i fiordi di Santa Teresa di Gallura. Con loro - siamo nel 1323, ai tempi della spedizione catalano-aragonese capitanata da Alfonso il Magnanimo, quello adottato dalla regina di Napoli Giovanna II d’Angiò - la Sardegna è una calamita potente per tutta la piccola ma rampante nobiltà catalana.
 I mercanti valenzani comprano i feudi, sfuma il potere delle grandi famiglie catalano-spagnole. La Sardegna non dava lingotti in oro, forniva però spazi, terre, “feudi”. Chi non trova fortuna, chi non ottiene beni al sole tra i Pirenei e Gibilterra monta in caravella, varca il Tirreno sperando almeno nelle “mercedes”, le pensioni, i vitalizi che la Corona di Spagna garantiva ai sudditi ossequiosi. È Giacomo II a dover realizzare il “Regnum Sardiniae et Corsicae” e così - con un obiettivo tanto pomposo nel nome quanto modesto nei suoi fini - arrivano gli Aymerich e i Castelvì, creano i marchesati di Laconi e di Teulada, giungono gli Asquer e gli Arquer, i Zatrillas e i Carroz, quelli che con una amazzone bella e intraprendente, donna Violante, domineranno a lungo da Cagliari fino al castello di Quirra tra Villaputzu e Tertenia.
 Un passato non esaltante per i sardi. È già stata combattuta “la battaglia di Sanluri” del 1409, il giudicato d’Arborea viene annientato dai catalano-aragonesi, naufragano le antiche aspirazioni all’autonomia sarda. La Sardegna non è sarda, è spagnola.
 Ci sono tante pagine da leggere dietro e dentro le mura e le stanze di questo palazzo invaso di gente e di autorità. Piacciono i soffitti, gli arredi, i pavimenti, le stalle. Ma è bene affidarsi agli storici di professione, come Giovanni Serreli che ha studiato in prodondità le vicende della “Baronia di Las Plassas” che da Barunimi dista pochi chilometri. Serreli ci dice che è Açor Zapata, un ex sindaco di Cagliari, l’alcalde, ad acquistare questa zona nel 1529, a far costruire questo palazzo. L’atto di investitura è firmato a Ratisbona il 6 maggio 1541 da Carlo V, l’ultimo vero imperatore europeo, quello che rientrando da Tunisi si ferma anche a Cagliari, sale in Castello, va in cattedrale a rendere omaggio al vescovo, poi arriva ad Alghero dove pronuncerà la frase “todos caballeros”. Carlo V è il re sul cui regno non tramonta mai il sole. Isole comprese.

La Sardegna, anche per il suo dna spagnolo, non è isolata, entra comunque nel circuito europeo. In questo stesso periodo approda tra i nuraghi il grande commediografo Miguel Saavedra de Cervantes, l’autore del capolavoro “Don Chisciotte”. Cambieranno poche cose anche dopo l’abdicazione di Carlo V a favore del figlio: il padre era un viaggiatore instancabile, Filippo II era più stanziale, se ne stava nelle sale dorate del suo regno dell’Escorial, è lui a costruirlo. In Sardegna aveva chi lo serviva e riveriva. Fedelmenente. Procuratori, avvocati, fiscales, ecclesiastici, feudatari e via elencando.
 Gli storici dell’Università di Cagliari - Bruno Anatra, Giovanni Murgia, lo stesso Serreli - rivelano notizie sconosciute ai comuni mortali. Fermandoci alla famiglia che oggi Barumini fa conoscere a tutta l’Isola, sappiamo che “il capostipe era Garcia Zapata, nel 1216 ricoprì la carica di alcalde della città di Calahorra”, in Spagna. Ovviamente con tanto di araldica: lo stemma della famiglia era formato da tre o cinque calzari (in spagnolo zapatas) d’argento o d’oro su campo rosso, disposti rispettivamente a triangolo o in croce di Sant’Andrea, ed era bordato di rosso con otto scudetti d’argento o d’oro”. Un altro Zapata, Rodrigo, fu tra i capitani della spedizione dell’Infante Alfonso. Una famiglia potente. Scrive Serreli: “Gli Zapata si distinsero nella tormentata scena militare e politica in Sardegna e negli altri stati della Corona d’Aragona nei secoli XIV e XV”.

Ma chi era questo “signorotto” del palazzo che da oggi diventa museo? Forse non era uno stinco di santo, ma un personaggio con pochi scrupoli e che oggi potremmo definire tra il faccendiere e il furbetto del quartierino nella Baronia di Las Plassas, Barumini e Villanovafranca. Personaggio da gossip. Gli storici raccontano di un Açor Zapata allegro nella gestione delle sue finanze, spendeva molto più di quanto guadagnasse. Stando ad alcune cronache sembra di vederlo come protagonista-arraffattore di una appaltopoli in piena regola fra Cinquecento e Seicento. È Zapata, ad esempio, nella seconda metà del Cinquecento, insieme al mercante cagliaritano Antonio Ledda, a ottenere dal “real patrimonio” di poter coltivare lo sfruttamento dei banchi di corallo di Villasimius, “esistenti en los mares de Carbonara”, dice Murgia. Zapata poteva sfruttare anche la tonnara. È Zapata a costruire una torre di difesa, edifici per la custodia delle attrezzature, per la conservazione dei prodotti. Faceva man bassa di appalti e subappaltava: alcuni lavori della odierna Villasimius vengono «affittati alla famiglia genovese dei Vivaldi».
 Un monopolista che dava fastidio. C’è profonda tensione tra gruppi contrapposti di famiglie. Ancora Murgia: «Eclatante è il caso Arquer, esponente del ceto togato cagliaritano, giudice della reale udienza, acerrimo nemico delle famiglie Aymerich, Castelvì, cui erano legati gli Zapata». C’era la lotta fra “poli”, due autentici blocchi di potere: «uno conservatore, costituito dalla feudalità e dal clero, e l’altro, di nuova formazione, rappresentato dal ceto togato urbano che controllava, attraverso la Reale Udienza, il governo del Regno».
 Si potrebbero leggere le pagine e gli ultimi romanzi dello scrittore Giulio Angioni. È di questo periodo, siamo nel 1571, la condanna al rogo a Toledo di Sigismondo Arquer. I Castelvì, gli Aymerich e gli Zapata, con l’Inquisizione, colpiscono i loro avversari, spesso puntando molto in alto senza rinunciare a notizie piccanti. Una femminista del tempo, Domenica Figus, bella amante di Fruisco Casula, “grande agrariu” di terra e di armenti, contesta gli Zapata, ne denuncia i soprusi. Scatta l’indagine giudiziaria ad orologeria. Domenica Figus finisce nei guai, è subito sospettata di “sortilegios, maleficios y invocaciones de demonios”. L’inchiesta cresce a macchia d’olio, pesca a piene mani negli ambienti popolari di Cagliari e del Campidano. Lo scandalo esplode quando viene messa all’indice addirittura la viceregina Maria Requesens, moglie del viceré Cardona chiamato “Oloferne”. Tra i suoi accusatori spunta senza troppe riserve Zapata da Barumini. Non accetta competitors. Come per Domenica Figus viene aperta un’altra “indagine inquisitoiriale per stregoneria” contro la viceregina. La burocrazia ecclesiastica e amministrativa è con i forti. Tutti condannati. Il manovratore non va disturbato. Né oggi, né ieri.

Dal Campidano alla Nurra. Con gli interessi della fazione cagliaritana degli Aymerich si saldavano quelli di esponenti della nobiltà sassarese, i Manca e i Cariga, il ricevitore Ravaneda (non a caso patrocinato dall’Arquer) contendeva i possessi feudali in Logudoro. Tra le fazioni in lotta ci sono gli Alagon (imparentati coi Cardona) e i Cervellon, feudatari di più antica data. Poi, come in tutti i regni, il sole tramonta anche sugli Zapata, dal capostipite agli eredi. Verso il 1640 il feudo di Lasplassas, per le spese incontrollate e per i debiti del suo signore (Francesco), è posto sotto sequestro. L’erede di Azore II, sarà costretto a fare la fame. Pagine che non sono state certo rievocate nella festa di Barumini. Sono le pagine della tormentata storia sarda. Una storia - ha detto Giovanni Lilliu- che dovrà essere “nuova”. (g.m.)

 
IL MESSAGGIO
«E’ un giorno memorabile»

  "Il messaggio inviato dal professor Giovanni Lilliu.
 «Oggi è un giorno di gloria, un giorno di memorie in questo sito pieno di storia, dall’età dei nuraghi ai tempi moderni. Un sovrastarsi di strutture che rivelano stili diversi di arte e di vita susseguitisi per oltre tre millenni: con un palazzo di umore rinascimentale che sorge su un nuraghe complesso del II millennio A.C. Il nuraghe, denominato “Nnuraxi ‘e cresia”, ossia il nuraghe della chiesa, perché vicino alla chiesa, cuore della comunità: dunque palazzo e chiesa, simboli di due poteri che si confrontano e si compenetrano, tramandando le voci di uomini e donne che, con la loro intelligenza e la loro fatica, le loro gioie e i loro dolori, hanno costruito la storia di questo paese. Un paese in cui io sono nato e vissuto, in cui ho lavorato a lungo, assorbendone gli umori più vivi e fecondi, con l’intento di compensare quanto mi ha dato. Barumini ha compiuto da allora ad oggi un lungo e fruttuoso percorso, soprattutto per merito di intelligenti amministratori e del suo popolo. L’inaugurazione di Casa Zapata ne è una testimonianza. Scrivo queste righe da lontano: i problemi di salute mi impediscono di partecipare a questa cerimonia che vede riuniti il presidente Soru, autorità, studiosi e popolo. Tuttavia sono vicino col cuore, felice che le porte di palazzo Zapata si siano riaperte, per iniziarvi una nuova storia».
Categoria: Rassegna stampa
domenica, 30 lug 2006 Ore. 08.11

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