
Due fratellini gemelli, strettamente uniti, Claus e Lucas, consegnati durante la guerra a una nonna perversa che li tormenta, elaborano con un metodo spietato e con crescente crudezza esercizi di autoflagellazione fisica e morale per esercitare la propria resistenza al male e consegnarsi con voluttà all’indifferenza che diviene, forse loro malgrado, il loro modello di vita. In un Paese occupato dalle armate straniere, i due gemelli scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus (o Claus?) fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali.
Vecchi e divisi dagli anni, dalla gelosia e dal rancore, non vorranno nemmeno riconoscersi e ritrovarsi, per non sopportare la sofferenza della confessione della verità terribile della loro infanzia. Ma qual è la verità? Forse nemmeno quella che sembrerebbe a quel punto, perché la storia si torce e ritorce, avanza e indietreggia, si aggroviglia. È arduo seguire il filo degli avvenimenti perché i personaggi dei tre episodi del libro ( “Il grande quaderno”, “La prova” e “La terza menzogna”) si scambiano i ruoli, i morti non sono morti, le vittime diventano assassini.
Quando "Il grande quaderno" apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. Storia di formazione, la "Trilogia della città di K" ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.